Navigazione tradizionale e popoli del Pacifico con Jacqueline Windh
4 dicembre 2025|10 min read
Viaggiare con Jacqueline Windh significa vedere il Pacifico con occhi nuovi. Geologa, autrice, pagaiatrice e conferenziera di spedizione per Swan Hellenic, Jacqueline condivide non solo conoscenze, ma un modo di guardare il mondo, in cui le isole sono vive, l’oceano è un elemento di collegamento e il viaggio diventa qualcosa di più profondo. Dai lunghi viaggi solitari in kayak alla prua di una nave, dove legge la forma delle isole vulcaniche, ha dedicato la vita a comprendere il mare e le culture che da esso dipendono. In questo articolo riflette sulla navigazione tradizionale, sulle tradizioni orali e sulla meraviglia del viaggio.
Citazione: «L’oceano unisce anziché dividere.»
Buongiorno, Jacqueline! Che cosa Le ha fatto nascere per la prima volta il fascino per l’oceano come «autostrada» e non come barriera?
Jacqueline: È una cosa a cui penso da decenni. Prima di tutto, sono geneticamente vichinga al 100%. Non ho riflettuto molto sulla mia eredità vichinga fino a quando, da giovane adulta, ho vissuto sull’isola di Vancouver. Abitavo da sola su una piccola isola in fondo a un’insenatura e per spostarmi usavo il kayak. Con un terreno ripido, ricoperto di foreste, e innumerevoli insenature e isole, il kayak o una piccola imbarcazione erano l’unico modo per muoversi: a piedi non si andava lontano. Mi sono resa conto che l’oceano unisce anziché dividere: è così che viaggiavano in passato i miei antenati e molti popoli indigeni, ed è così che in tanti viaggiano ancora. Solo che, negli ultimi tempi, la nostra cultura si è concentrata su automobili e strade, perdendo di vista tutto questo.
Lei si descrive come una persona che viaggia in profondità piuttosto che in estensione. Che cosa del Pacifico meridionale continua a richiamarla?
Jacqueline: Viaggio decisamente in profondità. Preferisco continuare a imparare tornando in luoghi con cui ho già un legame, piuttosto che girare un posto nuovo da turista. Continuo a tornare nel Pacifico nordoccidentale (soprattutto sull’isola di Vancouver, la mia casa), in Patagonia e nel Pacifico meridionale. Sembrano diversi, ma in realtà hanno molto in comune, soprattutto per quanto riguarda i primi abitanti, i popoli indigeni, che abitavano il mare e si spostavano in canoa. Il Pacifico meridionale è incantevole, in parte per le sue iconiche spiagge di sabbia, le palme da cocco e le lagune turchesi, ma anche per la ricchezza e la profondità della sua cultura marittima, con pagaiatori, marinai e navigatori appartenenti a culture ancora in gran parte intatte, che custodiscono le proprie conoscenze e praticano le proprie tradizioni.
Lei tiene conferenze sulla navigazione tradizionale: quali sono alcune delle tecniche più straordinarie che ha studiato?
Jacqueline: La lezione più importante non è una singola tecnica, ma cominciare a capire che cosa significhi davvero «visione del mondo». Il nostro modo di pensare è condizionato dalla cultura in cui siamo cresciuti, così riteniamo che «le cose stiano semplicemente così». La navigazione e l’orientamento lo rendono chiarissimo. La nostra cultura è ossessionata dalle mappe, cioè dai disegni in scala visti dall’alto. I navigatori tradizionali del Pacifico non usavano mai le mappe, e alcuni europei davano per scontato che fossero arretrati e non potessero sapere dove si trovavano. In realtà avevano altri modi per sapere come viaggiare e per spiegare le direzioni a chi non vi era mai stato: un linguaggio e un modo di pensare diversi da quelli a cui la nostra cultura è abituata.
Come pensa che reagiranno gli ospiti di Swan Hellenic quando si renderanno conto di quanto fossero avanzate queste prime culture di pagaiatori?
Jacqueline: Penso che gli ospiti resteranno sorpresi e colmi di meraviglia nel rendersi conto di ciò che queste prime culture di pagaiatori hanno fatto, e che ancora fanno. Proprio questa settimana, mentre ne parliamo, la canoa Hōkūleʻa della Polynesian Voyaging Society è arrivata nelle Isole Cook, a metà di un viaggio di cinque anni intorno al Pacifico che impiega tecniche tradizionali di costruzione delle canoe e di navigazione. Mi piace tenere le mie presentazioni e vedere quel senso di meraviglia negli ospiti, quando cominciano a guardare oltre la propria visione del mondo e a comprendere ciò che altri popoli hanno realizzato.
Conoscenza viva in mare
Essendo lei stessa una pagaiatrice, in che modo l’esperienza diretta plasma la sua comprensione dei viaggi dell’antichità?
Jacqueline: Pagaio su kayak da mare da 35 anni, anche in diversi lunghi viaggi solitari e impegnativi. Viaggiare così vicino al mare, soprattutto da soli per periodi prolungati, porta a osservare degli schemi: che cosa dicono certe nuvole, come il vento e le onde influiscono sull’imbarcazione e sulla rotta. Mi ha fatto capire in prima persona quanta conoscenza si acquisisca semplicemente stando in mare: un sapere che non si potrebbe mai ricavare dai libri o nemmeno da qualcuno che cerchi di spiegarlo.
Perché è così difficile sapere come siano state costruite per la prima volta le canoe tradizionali in Melanesia?
Beh, è una domanda molto interessante. Quando parliamo di culture vissute migliaia di anni fa, non possiamo aspettarci che i loro reperti archeologici siano sopravvissuti fino a oggi, soprattutto in ambienti tropicali! Spesso definiamo questi popoli «dell’età della pietra», ma la pietra è semplicemente l’unico materiale che si conserva nei reperti archeologici per millenni. Il legno o le fibre vegetali usati per gli scafi delle canoe, per le corde o per le vele si sono degradati da tempo. Le popolazioni «dell’età della pietra» non usavano solo la pietra: è solo difficile per noi capire quali altri materiali impiegassero, perché la maggior parte è andata perduta. Tuttavia, gli studi linguistici, ad esempio quelli sulle radici comuni delle parole che indicano le parti delle canoe e le tecniche di navigazione a vela, ci danno un’idea dei tempi delle innovazioni marittime. I progenitori dei melanesiani colonizzavano già le isole 30.000 anni fa o anche prima. Alcuni archeologi ipotizzano che lo facessero con zattere di bambù. Personalmente credo che questi primi popoli avessero tecnologie di navigazione a vela molto più avanzate, e le recenti scoperte suggeriscono che sapessero davvero fabbricare corde e forse vele. Ma non possiamo esserne certi, perché i materiali organici si conservano raramente.
In che modo la tecnologia delle canoe polinesiane differiva dalle tradizioni precedenti?
Sappiamo che gli austronesiani, progenitori dei polinesiani, iniziarono a spostarsi per mare da Taiwan circa 5.000 anni fa, usando molto probabilmente già canoe a doppio scafo. A un certo punto passarono dalle canoe «reversibili», cioè imbarcazioni simmetriche che potevano essere invertite quando navigavano controvento, alle imbarcazioni «a bordeggio», come la maggior parte delle barche a vela di oggi, in cui la prua è fissa e, nella navigazione controvento, punta sempre verso il vento. Questo passaggio dalle canoe reversibili a quelle a bordeggio fu uno degli sviluppi tecnologici decisivi che permisero ai polinesiani ancestrali di colonizzare, in appena qualche secolo, l’enorme regione che oggi chiamiamo «triangolo polinesiano»: dalle Hawai‘i a nord, all’Isola di Pasqua (Rapa Nui) a est, fino ad Aotearoa/Nuova Zelanda a sud. Che risultato straordinario! Nessun’altra cultura nella storia dell’umanità ha ottenuto qualcosa di simile.
Ci sono modi in cui gli ospiti di Swan Hellenic possono osservare o sperimentare, durante la crociera, versioni moderne di queste tecniche?
Certamente! Ricordo la prima volta che ho visitato la Papua Nuova Guinea e altre zone della Melanesia. Avevo sempre pensato che la Polinesia fosse il centro della tecnologia delle canoe a bilanciere, ma durante quella prima visita in Papua Nuova Guinea sono rimasta sorpresa nello scoprire che le canoe a bilanciere non sono solo una parte importante della loro cultura: lo sono ancora! Per la maggior parte di noi, se serve un’auto per la famiglia, si va da un concessionario. In queste comunità, invece, ci si costruisce da sé il proprio mezzo di trasporto: la canoa a bilanciere. Nel nostro prossimo viaggio toccheremo tantissimi luoghi, da Vanuatu alle Isole Salomone, dalla Papua Nuova Guinea all’Indonesia e alle Filippine, dove la navigazione tradizionale in canoa fa ancora parte della cultura viva. E va avanti così da decine di migliaia di anni, ben prima dell’ascesa di civiltà come quelle dei Fenici, dell’antico Egitto o della Grecia. La scala temporale è davvero sbalorditiva.
Quale ruolo hanno avuto le donne nelle prime esplorazioni oceaniche?
Jacqueline: È difficile sapere con esattezza quale fosse il «ruolo» delle donne in questi viaggi, perché la maggior parte di quelle lunghe traversate di colonizzazione avvenne mille o più anni fa. Tuttavia è chiaro che erano lì, sulle canoe. Si trattava di viaggi di colonizzazione intenzionali, non di pescatori finiti in mare aperto che per caso approdarono su nuove isole. Le donne erano a bordo, probabilmente anche i bambini, e trasportavano provviste per fondare deliberatamente nuove colonie, come polli, maiali, noci di cocco e taro. È difficile sapere con precisione quali fossero i loro compiti, ma probabilmente erano molto più che passeggere oziose!
Un legame con il passato
Quali tratti dell’itinerario della crociera riflettono meglio l’eredità della navigazione oceanica? E perché?
Amo le culture della Papua Nuova Guinea, in particolare l’Arcipelago Bismarck e l’isola di Nuova Britannia. Le tradizioni di questi luoghi sono rimaste straordinariamente costanti per decine di migliaia di anni. La Baia di Kimbe, che visitiamo nel nostro viaggio Wild Eden of Papua New Guinea, è particolarmente significativa. Situata sulla costa settentrionale della Nuova Britannia, presenta tracce di insediamento umano risalenti a 20.000, forse fino a 40.000 anni fa. Immaginate: 35.000 anni prima delle piramidi e 30.000 anni prima dell’agricoltura! Eppure questi antichi abitanti costruivano già imbarcazioni e sviluppavano la navigazione. C’è ancora moltissimo da imparare, ed è un privilegio visitare queste regioni e incontrare i discendenti di navigatori tanto innovativi e saggi.
In che modo la lingua e la tradizione orale contribuiscono a tramandare le tecniche di navigazione?
Jacqueline: Dal punto di vista della cultura occidentale può essere difficile credere alla veridicità delle conoscenze di una cultura orale e non alfabetizzata. Dipendiamo dalla ricerca delle informazioni: un tempo nei libri, oggi sui telefoni, il che, secondo me, equivale a delegare il nostro cervello. Non conosciamo davvero la cosa o il fatto, sappiamo solo dove trovarli. La tradizione orale, al contrario, richiede che chi parla e chi ascolta comprendano e ricordino. Consiglio caldamente il libro di David Lewis We, the Navigators. Negli anni Sessanta e Settanta trovò alcuni degli ultimi navigatori del Pacifico formati secondo la tradizione. Alcuni di loro riuscivano a condurre la sua barca verso luoghi che non avevano mai visitato, guidati dalle conoscenze tramandate dai padri o dai nonni.
Lei parla diverse lingue e sta imparando il polinesiano. In che modo essere in grado di parlare con la gente del posto, anche solo con poche parole, cambia la natura dello scambio?
Jacqueline: Parlo tre lingue, ma non posso dire onestamente di parlare il polinesiano. Sto però imparando molte parole polinesiane, il che arricchisce l’esperienza sotto molti aspetti. La lingua cambia da una parte all’altra della Polinesia: stessa lingua, suoni diversi. Ad esempio, «casa» si dice whare in Aotearoa/Nuova Zelanda, fare a Tahiti, hare sull’Isola di Pasqua (Rapa Nui) e hale alle Hawai‘i. Riconoscere questi schemi mi aiuta a comprendere sia i legami sia le differenze, e mi dà modo di condividerli con gli ospiti. Usare le parole locali crea anche un rapporto di fiducia con le comunità e spesso fa nascere conversazioni. Un semplice «grazie» strappa sempre un sorriso.
Come possono i visitatori entrare in sintonia con il senso di meraviglia che gli antichi navigatori devono aver provato all’arrivo su nuove coste?
Jacqueline: Credo che il modo migliore per provare quella meraviglia nell’approdare su una nuova costa sia trovarsi lontano dalla terraferma, in piedi sul ponte. Per molti ospiti è la prima volta che hanno una vista a 360° senza alcuna terra in vista. È impressionante trovarsi su una nave moderna, così lontano da qualsiasi terra visibile. Ancora più impressionante è immaginare famiglie che viaggiano su piccole canoe, facendo lo stesso per giorni o settimane, e figurarsi che cosa devono aver provato quando la terra è apparsa all’improvviso all’orizzonte.